E' davvero cosi?
In proposito, Alessandra e poi Andreas si sono interrogati sulla questione ed hanno messo sulla carta riflessioni di tutto rispetto; che aggiungere ancora?
La mia esperienza in quel di Francia.
Per questo motivo, ho pensato di partire dalla prospettiva del mancato ascolto. Così, sono andata a vedere cosa indicavano il dizionario della lingua italiana e quello della lingua francese in merito all'interruzione del discorso.


Incredibile: quello d'italiano riporta il significato all'ultimo posto, quello di francese al secondo.
Questo dato porta a dire che la situazione è ancor più grave e radicata di quel che si può immaginare.
Non si tratta solo di dare un ordine diverso alla scaletta di un dizionario, ma credo che bisognerebbe incidere nel dna della società.
Si dovrebbe ritornare a credere nell'ascolto quale potenziale per meglio inter-Agire con gli altri, per meglio capire se stessi e gli altri.
La nostra è una cultura nella quale, come dice Andreas, "... la pratica dell’ascolto, a tutti i livelli, non è solo di fatto fuori moda, ma è anche ritenuta antieconomica, almeno nel breve periodo." Non verrei essere drastica, ma credo che ci manchi proprio la cultura dell'ascolto.
Certamente, i cugini d'oltralpe, se appaiono talvolta un po'rigidi e troppo inquadrati, investono molte energie nel far pratica di ascolto fra pari, fra adulti, incominciando già dalla Scuola dell'infanzia, nella quale è ricorrente questa frase: "tu ne dois pas couper la parole de celui qui parle."
Infatti, adottano un insegnamento-esempio che vale di più di tante strategie didattiche di alto livello. E' già la società in sè che ascolta, che è orientata all'ascolto, nel senso che quando uno ascolta un altro, si concentra su di lui e non vede nessun altro.
All'inizio, pensavo fossero maleducati, rivedendo nella mia mente il cliché italiano dove, quando uno parla, gli altri chiacchierano, ridono, salutano, gesticolano...; poi ho capito.
L'ascolto richiede anche un certo atteggiamento fisico, prossemico.
In proposito, mi viene da sorridere se penso a quanti docenti interrogano un alunno, mentre correggono, co
mpilano il registro, bevono il caffè...Che dire!
Facciamoci toccare tutti dal desiderio dell'ascolto vero,
facciamo dell'ascolto vero un'arte contagiosa, un mezzo per accogliere gli altri in noi per sentire dentro l’altro,
dedichiamo il tempo all'ascolto.
Eppure per invertire la rotta, occorre imparare ad ascoltare, anche se molti per faciloneria danno consigli, indicano la strada da percorre e il come bisogna fare, scrivendo ricette preconfezionate.
Credo che prima bisogna sfatare certi luoghi comuni.
Ad esempio, alcuni dei miei alunni credevano che ascoltare equivalesse a restare in silenzio, ad annuire, niente di più falso se pensiamo che “l’ascolto è un processo attivo che coinvolge principalmente la mente, gli occhi, il corpo, la volontà di partecipazione.
Se ascoltare è difficile, non è però impossibile da raggiungere; credo che l'esempio dato in famiglia, nella scuola, nella società, nel mondo del lavoro, nella religione, ... possa contribuire a formare persone capaci di dare/ricevere ascolto.
Vorrei concludere con le parole di Rogers, che mi sembrano illuminanti:
“sentire il mondo personale dell’altro come se fosse il nostro senza mai perdere la qualità del come se…sentire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero nostri, senza però aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento”.

