martedì 27 dicembre 2011

E' la solita minestra o è una minestra riscaldata?


Mi trovo un minestrone di ingredienti (conoscenze, idee, commenti... lasciati dai miei compagni di corso) condito con quel sale che insaporisce la minestra, rendendo riconoscibili tutti i componenti.


Come migliorare questo
minestrone per renderlo ancora più appetitoso?
Che cosa aggiungere per meglio insaporirlo?

Su quale ingrediente puntare?


Non è facile completare con il mio "sapore", dopo il fiume di parole che mi ha significativamente preceduto; tenterò di commentare i post omologhi arricchendo, integrando, commentando qua e là.


Mi trovo d'accordissimo con la posizione di
Claude che lancia un'azzeccata provocazione del Time: "Controlli tu l’era dell’informazione".
Certamente, diventa un potere vitale nei governi dittatoriali, rimane spesso uno spento atteggiamento mentale negli altri sistemi politici.

Come non ricordare i Blog che hanno inciso sull'accelerazione o decelerazione dei fatti storici!
Chi riflette mai su queste questioni...
Grazie Claude, perchè ci rammenti, ci tieni desti e ci porti a trattare un annosa questione: "Blog: verità o falsità, la parola all'utenza".


A questo punto è immediato l'aggancio con l'intervento di
Monica: "I Blog: una fonte inaffidabile di informazioni, forse perchè dà voce alla gente, alle persone comuni e solitamente oneste, è uno spaccato di vita reale."

Anche il mio Dirigente scolastico aveva questa insana opinione e mi intimò la chiusura del Blog della mia classe dopo 3 giorni dall'apertura. Voleva tutelarsi da un pericolo che non avrebbe potuto facilmente tenere sotto controllo.
E così cambiai il nome del mio Blog che divenne: "risorsemaestra" della serie: accusai il colpo, ma non mi piegai.


Ho apprezzato lo sforzo di
Claude per allungare la mano ai colleghi riluttanti ad usare il computer. Ritengo che lei abbia avuto fortuna, perchè nella mia esperienza ho incontrato colleghe con paraocchi veramente amovibili. Infatti, il mio Blog è sempre stato bollato come stampa clandestina, o meglio non ufficiale, già dalla fine del 2008.

Ehm, già...

Favorire
l'apertura, alla chiusura collaborativa,
il confronto, allo scontro,
il miglioramento, al peggioramento qualitativo,

sono tutti atteggiamenti, identificati da
Monica, che condivido pienamente.
Aggiungerei pure che combattere la radicalizzazione delle idee non è cosa di poco conto, quando non esiste la volontà al cambiamento o, se esiste, si è spaventati, terrorizzati, minacciati da quella forza tecnologica sconosciuta che scardina le sicurezze.

Sì, penso che sia una questione di lasciare il noto per l'ignoto, anche se non è facile identificare la malattia_se così vogliamo chiamarla_ che attanaglia chi non vuole crescere, scommettere, investire nel nuovo.
Pertanto, in questa situazione risulta difficile trovare anche la cura, ma mi domando:

perchè alcuni amano le sfide futuristiche e altri no?

E' una questione di DNA, di ambiente o di altro?


I ricercatori si stanno arrovellando le meningi, ma di fatto questa tecnologia continua ancora a spaventare e fatica a decollare soprattutto nella scuola primaria .


Comunque, volente o nolente, l'apparato conoscitivo sarà destinato al cambiamento.
... "si liberi la conoscenza che ci appartiene"_ sostiene Monica.
Vero.

E mi affascina davvero l'idea di divenire una produttrice di saperi per sapere navigare fra
i flutti tecnologici. Se è vero che Don Tapscott_ citato da Andreas_ "in un recente e molto discusso articolo dà per scontato che l’era dei giornali stia volgendo al termine", allora qualcosa di nuovo succederà e io non vedo l'ora.

Questo input mi dà l'occasione di interrogarmi su questa questione:

come immagino il futuro prossimo dei
quotidiani?

Non credo nella morìa definitiva dei giornali, ma in un riassetto dinamico dell'editoria,
basato sul doppio filo: cartaceo & online.

La versione digitale potrebbe essere strutturata su un indice di titoli-spia che il lettore può decidere o
meno di approfondire, sull'onda di una personalizzata lettura che tenga conto dell'età, dei propri interessi,... insomma del proprio io e non su una pioggia indiscriminata di news che piovono dall'alto!

La linea cartacea potrebbe apparire più snella, essenziale perchè suddivisa per argomenti in
mini-quotidiani di cronaca di politica, di economia, ... da acquistare separatamente.
Fantasia?!

Ai posteri l'ardua sentenza.


Comunque, non resto stupita di fronte ai dati riportati da
Andreas e riguardanti il drastico calo della vendita dei quotidiani cartacei e il rilevante cambiamento di rotta del sistema giornalistico. Infatti, grazie all'avvio di contenuti generati dagli stessi lettori si sta strutturando un tipo di giornalismo generato dal basso, dal popolo, dal fruitore di prima mano, dalla mente libera di qualcuno.

Negativo?
Positivo?

Indifferente ai più?


Io credo che sia positivo avere autori anonimi che salgono in superficie pronti a deliziare il palato di chi è insopportabilmente nauseato da news predeterminate e rispettose dei canoni ideologici imposti.

Forse abbiamo bisogno di una ventata d'aria nuova, di riscoprire talenti emergenti, di confidare in autori in erba affidabili, perchè facilmente rintracciabile la loro operatività all'interno della giungla di fonti.

Questo gancio di
Andreas mi ha messo in moto e mi sono lanciata alla ricerca di questi "luoghi" d'incontro del giornalismo partecipativo.

A parte quelli suggeriti da Andreas e cioè:

-
http://altracitta.org/
-
http://altracitta.org/

io ho trovato i seguenti:

-http://www.mondoliberonline.it/
-http://www.openjournalist.com/
-http://www.agoravox.it/
-http://www.wewrite.it/
-http://www.ereticidigitali.it/
-http://www.digital-sat.it/
-http://www.gennarocarotenuto.it/

Questi sono alcuni siti nei quali i lettori-autori collaborano per garantire un' autorevole
affidabilità del prodotto attraverso "un controllo per così dire “incrociato” di “sousveillance” dei contenuti pubblicati, come ben spiega Maria Vincenza.
Per questo motivo, io non vedo l'ora di dare un po' del mio a questi pioneristici siti.

E a questo punto?


Mi stuzzica la metafora usata da
Samantha nel definire la forza tecnologica come "venti atlantici" da governare per non andare alla deriva, ma piuttosto come sottolinea Elena "le tecnologie hanno senso se consentono all’uomo di umanizzarsi" e aggiungerei di non alienarsi.

Infatti, l'uomo non deve diventare una macchina, ma usare la macchina non fine a se stessa da ostentare alle masse popolari, ma come servizio di facilitazione per l'uomo.

Per di più,
Laura punta al ruolo attivo dei Blog per rompere la connivenza e aiutare la conoscenza al servizio della verità sottaciuta, squarciando quel velo di omertà di cui parla Alessandra F.

Sicuramente, in questi ultimi anni e forse non sempre consapevoli, si è passati dal bar
della piazza al bar del cyberspazio _utilizzando la bella immagine di Gaetano_.
Tornare indietro sembra ormai non possibile e la strada da prendere sembra proprio quella dello
scambio virtuale, che ti avvicina al lontano, ti fa incontrare altri avventori affamati di click.

In conclusione, riprendendo la metafora iniziale, il giornalismo partecipativo non rappresenta la solita minestra neppure quella riscaldata, perchè la minestra è altra, in quanto vede la partecipazione attiva dei lettori che diventano loro stessi autori _usando le parole di Claude_di una sousveillance” dal basso, opposta a quella tradizionale di “surveillance” alla quale siamo stati da sempre abituati.